Feb 17, 2018

0
Generalità

Generalità

Posted in : Neuropsichiatria on by : admin
  • ,
  • ,
  • La neuropsichiatria è la meno “scientifica” e la più umanistica fra le discipline mediche. È il regno del non quantificato e non quantificabile perché, benché siano state fatte molte interessanti scoperte sui neurotrasmettitori, e benché studi neurofisiologici con la tomografia a emissione di positroni (PET) abbiano evidenziato una correlazione fra alcune emozioni e stati mentali e fattività di alcune aree del cervello, non siamo ancora in grado di poter dire cos’è realmente un pensiero, da dove e come nasce.
    E il cervello e tutto il pool dei neurotrasmettitori e delle connessioni fra i neuroni che esso ospita l’inizio e la fine di ogni atto creativo o il cervello è solo lo strumento fisico di una forma superiore dell’essere che chiamiamo spirito?
    In quei 1300-1400 grammi di materia è contenuta tutta l’energia creativa dell’universo: lì ha sede l’intelligenza, la grandezza e la miseria del genere umano. Chi ha la certezza assoluta di dare risposte finali ed esaurienti a domande intorno alle quali si sviluppa la storia del pensiero dell’umanità? Alla mente, quindi, sono correlati temi che coinvolgono aspetti etici, filosofici e metafisici: nel cervello umano si incontrano il cielo e la terra.

    Il cervello umano e forse la sede stessa del principio creatore perché è il cervello che crea la realtà soggettiva e oggettiva?
    La psichiatria è dunque un capitolo della medicina estremamente affascinante che, alla luce delle conoscenze attuali, coinvolge aspetti relativi a omeopatia classica, omotossicologia. Medicina Tradizionale Cinese, agopuntura e alla nuova scienza cui abbiamo spesso accennato chiamata psiconeurocndocrinoimmunologia (PNEI).
    Quest’ultima studia i rapporti fra mente, sistema nervoso, ghiandole endocrine e sistema immunitario. Studia inoltre come lo stress possa influire sul corretto equilibrio di questi meccanismi e come il pensiero, cioè l’energia pura, possa creare ormoni, citochine e neurotrasmettitori, che sono materia.
    Guardo dentro di me e vedo lo spettacolo della creazione, ogni giorno e ogni momento, senza bisogno di occhiali speciali: non ho bisogno di miracoli, reliquie, o interpreti per capire e sentire che rutto è mosso da un principio di intelligenza che crea. Se volete potete chiamarlo Dio.se non ci credete potete chiamarlo in qualche altro modo.
    Ma questa intelligenza esiste, è straordinariamente potente ed è dentro di voi, esseri onnipotenti e liberi.
    Ed è talmente incredibilmente perfetta che nella sua realtà supera ogni possibile umana immaginazione.
    La medicina biologica, e in particolare lbmotossicologia, non è, come rutta la medicina in generale, un corpo di conoscenze statiche e dogmatiche, ma una serie di acquisizioni ed esperienze che si è arricchita strada facendo alla luce delle scoperte scientifiche nel campo dell’immunologia, della biologia, della fisica quantistica e della farmacologia.
    Essa non rinnega le sue origini di quando per molti fenomeni non c’erano spiegazioni scientifiche – basti pensare che ai tempi di 1 lahnemann (il padre dell’omeopatia moderna) non era ancora stata dimostrata l’esistenza dei microbi -; ce voluta l’invenzione del microscopio elettronico per dimostrare quella dei virus.

    Ciò nonostante, pur senza disporre di strumenti tecnologici adeguati, Samuel Hahnemann aveva intuito l’esistenza dei microrganismi quando parlava di miasmi (termine in cui e insito il concetto di diffusione-trasmissione di una malattia); così come Gregorio Mendel, studiando piselli e topolini, aveva intuito che la causa prima di molte malattie non infettive poteva avere la sua origine in un qualche elemento interno “costituzionale” che oggi chiamiamo DNA (grazie alla scoperta di Watson e Crick).
    E difficile negare le intime connessioni fra psiche, sistema nervoso, ghiandole endocrine (cioè la ghiandole che secernono i loro prodotti detti ormoni direttamente nel sangue) e sistema immunitario.
    Esistono sostanze chiamate interleuchine, sintetizzate dalle cellule del sistema immunitario (linfociti, macrofagi, cellule di rivestimento dei vasi sanguigni e del tessuto adiposo che oggi è più idoneo chiamare organo adiposo, perché è molto più che un semplice deposito di grasso), in grado di trasmettere messaggi immunitari, ormonali e addirittura psichici. Basti pensare ad esempio che Tinterleuchina-8, o meglio un suo eccesso, è correlata addirittura alla schizofrenia.
    A differenza della farmacologia classica, dove si valorizza soltanto fazione delle grandi dosi, che determinano una totale inondazione e saturazione dei recettori delle cellule bersaglio (al punto tale che per mantenere l’efficacia di alcuni farmaci come i cerotti transdermici se ne deve a volte sospendere l’applicazione per alcune ore), nella medicina biologica si dà importanza anche alle dosi piccole, o low dosest alle quali si attribuisce un ruolo di “regolazione”.
    Definire “acqua fresca” una D 6 o una D 8 o una 5 CH è chimicamente inesatto. Si potrà dire che non si crede all’efficacia delle basse dosi, o che su di esse non ci sono studi così numerosi come per la farmacologia classica. Di questo si deve prendere atto; ma non si può negare che fino alla D 23 o alla 12 CH esista ancora la materia. E comunque ormoni e neurotrasmettitori, sostanze sicuramente biologicamente attive, svolgono già in natura fisiologicamente la loro funzione a concentrazioni comprese fra la D 6 e la D 8 (10″ e 108 moli/litro).
    Pur senza rinunciare alla logica e alla ragione, la scienza attuale dovrà forse ripensarsi e mettersi almeno parzialmente in discussione per poter evolvere e aprire nuovi orizzonti e metodi alle frontiere della conoscenza.
    Non è paradossale ne assurdo pensare che anche segnali deboli possano essere in grado di evocare reazioni biologiche importanti; tanto più che un sistema biologico spesso alle rigide regole della matematica. Un sistema biologico contiene variabili sistemi di risposta in grado di “sentire”, di elaborare, in modo tale che può sfuggire alle regole della prevedibilità e in cui troviamo i principi della libertà: il caso e la causa.
    Einstein affermava che «l’immaginazione è più importante della conoscenza» e dimostrò con la sua famosa legge e = me2 che ce un’intima correlazione fra la materia (ma ha ancora senso parlare di materia da quando l’atomo non può più chiamarsi “atomo” cioè “indivisibile”?) e l’energia, che sono trasformabili l’una nell’altra.

    Se per materia intendiamo i corpi solidi che vediamo, e contro cui ci scontriamo, non dobbiamo dimenticare che esiste anche una materia che non vediamo, come l’aria; e nemmeno dimenticare che i nostri sensi hanno dei limiti e che si può misurare solo quello per cui disponiamo di strumenti idonei.
    Prima delle scoperte di Guglielmo Marconi e di Hertz non potevamo nemmeno immaginare l’esistenza delle onde radio e dei raggi X perché non disponevamo degli strumenti adeguati per farlo: chiunque le avesse ipotizzate sarebbe stato considerato un pazzo.
    Eppure nessuno può negare che anche queste forze fìsiche elettromagnetiche possano avere un impatto estremamente significativo con la realtà materiale e biochimica.
    Lo stesso Cartesio col suo «dubito quindi penso, se penso quindi esisto» vuole lanciarci un messaggio in questo senso: che la via della conoscenza della realtà è fatta più di dubbi che dì certezze.
    Possiamo essere ora filosoficamente e scientificamente così sicuri da poter escludere al cento per cento l’esistenza di forze, grandezze e realtà che al momento attuale non siamo in grado di misurare, solo perché non disponiamo degli strumenti specifici per farlo?
    Se non rientrano nella prevedibilità di certi schemi, detti leggi, che se pure metodo utile di conoscenza, rischiano a volte di trasformarsi in dogmi bloccanti l’evoluzione della stessa scienza, possiamo comunque escluderle?
    Aprire la mente alle possibilità dell’ignoto (= non conosciuto), riconoscere oltre che l’importanza e la validità di un metodo, anche i suoi limiti, ci permetterà forse di conosccrc anche quello che gli attuali strumenti di conoscenza non ci permettono. Ma prima dobbiamo spogliarci di ogni pregiudizio e diventare – come dicono i cinesi come canne vuote.
    Il «Ci sono più cose fra il cielo e la terra di quante la mente umana possa immaginarne» di Shakespeare (Amleto) e addirittura il ciceroniano *Summum ius summa iniuria» ci richiamano ai rischi di ogni dogmatismo rigido.
    E anche Socrate, con il suo metodo “maieutico”, proponeva la scoperta della verità come un veleno da metabolizzare a piccole dosi. L’evangelico «cercate il regno fuori e dentro» e la possibilità di muovere le montagne quando “due fanno la pace nella stessa casa”, cioè quando la ragione è in sintonia
    col sentire, ci richiamano alla necessità di operare una sintesi in ogni aspetto della vita e del conoscere secondo i principi di un nuovo umanesimo; senza che questo significhi cadere nelle trappole dell’oscurantismo medievale.
    La chiave vera della maggior parte delle guarigioni e di quelli che nemmeno Gesù definiva miracoli (il quale non ha mai usato quella parola ma diceva «la tua fede ti ha salvato») è riconquistare l’armonia, il collegamento fra la mente-spirito e il corpo. Il messaggio profondo è che per guarire il corpo e necessario guarire lo spirito.
    Prima di pensare che ogni fenomeno psichico può ricondursi solo all’aumento o alla diminuzione di qualche molecola (non si vuole negare l’importanza della neurochimica) non dobbiamo dimenticare che alla produzione e all’espressione di certe molecole, oltre che la base genetica, concorre anche l’interazione con fattori ambientali, stimoli esterni visivi, acustici, emotivi («nessun uomo è un’isola» scriveva Donne): per cui l’individuo è il risultato di ciò che sta dentro e di ciò che sta fuori.
    Nulla più dei disturbi psichici sfugge alla capacità di misurazione: la tristezza, la rabbia, la depressione, l’esaltazione maniacale e amorosa.

    Ma può essere vero anche il contrario: malattie considerate in prima istanza psichiche sono magari conseguenza di uno squilibrio ormonale, come per esempio un iper/ipotiroidismo; o di un virus come la sindrome da stanchezza cronica (dovuta per
    esempio a riattivazione del virus di Epstein Barr); o può trattarsi di “iperattività” dovuta magari all’assunzione di polifosfati o di quantità eccessive di acido glutammico. Il problema e etico e filosofico, perché dobbiamo chiederci quanto sarebbe inopportuno considerare malati di mente e quindi curabili solo con psicofarmaci individui che invece vanno curati con farmaci antivirali o ormone tiroideo, o con una dieta opportuna.
    Così come non è una malattia mentale essere tristi e soffrire un anno per la perdita di una persona cara. È la necessità fisiologica di “elaborare” esistenzialmente un lutto, che significa in termini neurofìsiologici la necessità di rimodellare nuovi circuiti cerebrali e pool di ncurotrasmettitori.
    Rimango profondamente colpito tutte le volte che, alla mia proposta di assumere ansiolitici con l’intenzione di lenire il disagio, persone che hanno appena perso un congiunto stretto, mi dicono esse stesse: «Per favore dottore non mi dia farmaci, mi bastano le sue parole; non voglio stordirmi, non voglio dimenticare; mi lasci almeno la libertà di piangere».

    Seguire e come noi:
    follow subscribe - Generalità

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *